Rivoluzione e musica a Casa Bertallot - Il Milanese Imbruttito

Rivoluzione e musica a Casa Bertallot

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Alessio Bertallot

Varcando la soglia di Casa Bertallot ci troviamo di fronte uno studio televisivo riadattato a camera per gli ospiti, saliamo le scale ed entriamo in un grande open space che è cucina, studio di registrazione e sala riunioni; all’ultimo piano, nella mansarda, che dà su una bellissima terrazza, ci sono la camera da letto e il bagno, munito di vasca stile PIMP di cui Alessio va molto fiero (effettivamente è una bomba!). Ogni angolo, ogni stanza, ogni oggetto sembra un tentativo, intimo ed estremo al contempo, di fare qualcosa di nuovo, di bello e di qualità. Perché “fare l’artista vuol dire proporre dei modelli nuovi, esplorare territori ancora sconosciuti” e Alessio Bertallot, sia in versione dj che musicista, si è sempre detto “poco o tanto che valevo, dovevo fare l’artista”. Per questo in Italia, oltre ad essere un’eccellenza nel suo campo, è anche una rarità. Solo poche persone diffondono musica nuova e di qualità “perché, per trattare cose diverse, bisogna avere dentro un po’ di follia e una certa indole artistica” e soprattutto perché “costa fatica, ti mette di fronte a dei rischi e non è facile farlo accettare agli altri.”

bertallot

L’incredibile avventura di un corsaro della musica inizia dal palco più ingessato d’Italia, dal Festival di Sanremo. Nel 92’ Alessio Bertallot, frontman degli Aeroplanitaliani, porta al Festival Zitti, zitti (il silenzio è oro), brano innovativo nel genere, si tratta del primo pezzo rap della storia del Festival, e nella forma, con una lunghissima cesura di trenta secondi, interminabili, che rappresenta l’inizio di una rivoluzione che da allora non si è più fermata.

30 secondi di silenzio al Festival: perché? Cosa è stato per te Sanremo?

Quando ci fecero la proposta di portare una canzone al Festival di Sanremo, noi ci ponemmo il dilemma di essere in una posizione particolarmente distante rispetto al mainstream, il contesto era quello e non ci apparteneva, quindi la condizione era: ci andiamo solo con un’idea veramente figa. E l’idea figa era cogliere il difficile momento storico che attraversava il Paese (la crisi della prima Repubblica, il superamento della Guerra fredda), contestualizzarlo nel rumore inutile che si fa di Sanremo, costruire un gesto di sensatezza rispetto a tutti questi elementi e farlo in diretta su quel palco. Decidemmo di costruire un crescendo che non era solo orchestrale ma soprattutto costituito da un cut up di voci ricorrenti nel panorama mediatico, un insieme di rumori di fondo: le frasi della pubblicità (“perché siete voi i protagonisti”) quelle del telegiornale (“il crollo dell’impero comunista, milioni di super valutazione, il monopolio dell’informazione, l’indagine aperta, l’inchiesta archiviata, meno zucchero..”); mettere tutta questa roba dentro una sorta di gramelot ritmico e potarlo verso il parossismo fino a ché imporre un silenzio diventava un gesto logico. I 30 secondi erano esagerati perché il gesto doveva essere esagerato, doveva essere chiaro che fosse prodotto da noi, che non fosse una cesura. Dopo ripartiva la canzone, stemperata nel parossismo ma organizzata nel groove e nel senso. Quando abbiamo fatto questa cosa ha funzionato perfettamente, siamo riusciti ad aprire una cesura nello spazio temporale della televisione. Per la mia vita è stato uno stargate: mentre contavo quei trenta secondi, ho avuto la percezione che la mia vita stesse attraversando un punto di non ritorno, che realmente ci fossero 14 milioni di persone a guardare quella follia!

Da questo gesto rivoluzionario l’inizio di una carriera rivoluzionaria. Il passo successivo è Bside. Come è nata l’idea? Come ricordi il periodo a Radio Dj?

Sicuramente avere l’opportunità di lavorare come dj in una radio già affermata come Radio DJ è stato conseguenza di quello che era successo prima, come musicista. Bside è nato da una chiacchiera tra me e Linus che mi disse “potresti condurre un programma di musica bella la sera a Radio DJ”, io gli chiesi “ma la musica la scelgo io?” e lui rispose “Sì” e io “MA SEI SICURO?!”. Devo dire che in tanti anni che sono stato lì ha mantenuto la parola, non mi ha mai detto che dischi suonare. Anche in quell’occasione ho avuto la possibilità di portare un soggetto alternativo in un contesto mainstream e questa è stata la fortuna mia e anche di Radio DJ. La radio ci guadagnò in credibilità, proponendo qualcosa di acuto, approfondito e attento alla contemporaneità. Direi che ci siamo completati a vicenda, finché questa cosa è durata, finché Radio DJ ha avuto interesse nel sostenere la ricerca musicale. Poi i tempi sono cambiati, è arrivata la rete, secondo me era arrivato il momento di inventarsi cose nuove. Però è stato un periodo bellissimo, forse l’ultima occasione in Italia di divulgare buona musica in modo efficace attraverso un medium tradizionale. Io prendevo l’aereo per Londra la mattina presto, andavo a Soho, facevo il giro dei negozi specializzati, riempivo una borsa di dischi, prendevo l’ultimo aereo da Heathrow e arrivavo in radio per la diretta, durante la quale suonavo gli stessi dischi che avevo comprato poche ore prima. Portavo la musica dal centro dell’Impero alla Provincia.

Chiusa l’esperienza a Radio Dj inizia subito, nel 2010, quella alla Rai con Raitunes, un programma innovativo e per il quale hai ricevuto diversi riconoscimenti. Qual è stata l’innovazione più importante che hai sperimentato durante quel periodo?

Raitunes e la RAI sono stati l’occasione per sperimentare la radio cross mediale: essendo fisicamente in radio, cercavo e trovavo gli elementi di complemento attraverso il web. Alcuni di questi modelli li sto utilizzando anche adesso, come la trasmissione fatta in Crowdsourcing. Io chiedo agli ascoltatori, durante la diretta, quali dischi vorrebbero che suonassi e loro me li comunicano utilizzando Facebook, sottoforma di link. Questa cosa riesce spesso così bene che abbiamo difficoltà ad analizzare tutti i suggerimenti per la grande quantità, questa cosa diventa overwhelming, e, nonostante questo, non la usa quasi nessuno. Sono stato chiamato a raccontare questo modello in diverse conferenze internazionali, quattro/cinque anni fa era avanguardista, adesso è ovvio, ma, purtroppo, continua a non esserci una visione da parte dei vecchi media, dei media tradizionali, di una reale interazione con il web, si arroccano su posizioni vecchie, intanto intorno il mondo frana, cambia continuamente: nel mondo di oggi questa rigidità è inaccettabile. Gli anni passati in Rai mi hanno lasciato questo modello di lavoro e molti ricordi…

Prima di continuare l’intervista, Alessio ci racconta di quando riuscì a portare negli studi Rai Billy Cobham, il più grande batterista della storia del Jazz Funk. Cobahn era arrivato in Rai guidando il camion che trasportava la sua batteria e, dopo averlo parcheggiato malamente di fronte alla portineria, decise di scaricare tutta l’attrezzatura. Quando Alessio riesce a fargli capire che non ci starà mai tutta nello studio di registrazione è troppo tardi: metà batteria resta nei corridoi della Rai, l’altra metà viene fatta entrare a fatica nello studio, dove Billy Cobham è costretto a suonare, magistralmente, solo un pezzo della sua adorata e ingombrante ragazza a percussioni.

Seguendo la via dell’innovazione sei arrivato fino a qui: a Casa Bertallot. Progetto unico, cresciuto rapidamente, da due dirette al giorno a web radio h24. Da cosa nasce il bisogno di portare una parte così intima di te, la tua casa, nel mondo attraverso la rete?

Nasce da uno scontro con la Rai. Nel senso che la stessa disattenzione per la ricerca musicale di cui vi parlavo prima è comune a tutte le radio e anche a tutte le televisioni che hanno smesso di trattare la divulgazione musicale come un argomento importante dei loro palinsesti. Io piuttosto di lavorare senza la garanzia della qualità del mio prodotto ho preferito farmi la radio a casa. Anche questo è stato rivoluzionario, perché non era semplice e non offriva garanzie, ma credo di aver fatto la scelta giusta, perché mi sono reso conto che c’è un pubblico che mi ha seguito, che mi ha sostenuto anche attraverso una campagna di Crowdfunding e che continua ad esserci. La radio che abbiamo messo online h24 a novembre, oggi, dopo tre mesi, ha già totalizzato una cosa come 150000 spettatori. Una cifra enorme per una web radio e questo mi fa pensare che il passaggio dai vecchi sistemi ai nuovi è maturato completamente. Ormai una buona parte del pubblico la musica se la va a cercare in rete, poco importa se poi gliela riproponi nella stessa forma radiofonica che avrebbe sentito da un’altra parte, è la rete la nuova piazza: bisogna saper esserci nel modo e con il linguaggio giusto. È interessante in questo senso l’idea che tutto quello che diventa di dominio pubblico parta da un luogo intimo come una casa. Secondo me la rete offre questa opportunità, ti da la sensazione di un approccio diretto alle cose, con un link hai tutto a portata di mano, anche un luogo fisico come questa casa, che è il cuore di una passione, della mia passione per la musica. L’intimità, il contesto informale che si trova arrivando a casa Bertallot è percepito anche dagli artisti che vengono qui, hanno un atteggiamento completamente diverso rispetto a quello con cui vanno in una radio ufficiale, arrivano più disarmati, più contenti, hanno più voglia di fare, apprezzano di più e si concedono in un altro modo e questo, secondo me, passa al pubblico.

Per completare il quadro: prima ho parlato di radio che si completa con il web, quindi di una cross medialità che ha come punto di partenza la radio e finisce nel web, per trovare, in grande o piccola percentuale, un elemento nuovo. Adesso stiamo provando ad attivare il processo inverso. Casa Bertallot sta iniziando una collaborazione con una delle prime e più importanti piattaforme di streaming online, TIMmusic, che ci ha chiesto di inaugurare una nuova prospettiva di gestione della piattaforma stessa, cioè di trasformarla da distributore automatico di musica a qualche cosa che sia caldo, che parli alla gente: la radio, la cultura della radio, serve a migliorare il linguaggio, la comunicazione, la gestione dei contenuti di una piattaforma di streaming online. Spero che invertire il processo sia la ricetta giusta, che il web che fino ad ora ha distrutto, in qualche modo restituisca, sempre nell’interesse della buona musica e non della banalità musicale.

E con questo interesse, Alessio ha affrontato anche la sua ultima esperienza televisiva. Su Sky Arte, in collaborazione con Red Bull, con Variazioni Bertallot, ha permesso al pubblico di conoscere artisti di ultima generazione, grazie all’unione di arte visuale e musica. Associare un’immagine alla musica è possibile perché “le idee musicali e le idee di un artista visuale spesso appartengono alla stessa matrice.” Non solo è l’unico mezzo per portare la musica in televisione oltre al videoclip (che molti dei musicisti scoperti da Alessio non hanno), ma offre delle possibilità in più, “è un modo più poetico di raccontarla rispetto ad una didascalia giornalistica, si imprime di più nella memoria e nel cuore.”

Nel cuore di tutti noi c’è Milano, una realtà da sempre innovativa, quasi rivoluzionaria nel panorama italiano e che noi ogni giorno proviamo a raccontare.

Tu parti da casa tua per raccontare la musica, noi partiamo dalla realtà quotidiana per raccontare Milano, sempre attraverso il web. Quanto è importante per te la città di Milano, per la tua musica, per il tuo lavoro? È una città viva dal punto di vista artistico musicale?

Io arrivo dalla provincia, sono un ex ragazzo di provincia, quindi conosco i limiti della provincia e capisco le opportunità di Milano. Milano la rispetto, forse non la amo così tanto, perché è una città compressa, un po’ complicata, un po’ pretenziosa nei costi, urbanisticamente non ragionata, soprattutto dagli anni ’50 in poi, però… meno male che c’è! perché se non ci fosse saremmo tutti nella merda, tutta l’Italia sarebbe nella merda, se non ci fosse una città che magari nella forma non è così perfetta, ma nella sostanza ha qualcosa da offrire. Ha qualcosa da offrire perché è veramente tanto vicina all’Europa, e questo salva buona parte dell’Italia: grazie a Milano l’Italia riesce a non essere terzo mondo. (figa! Ndr)

A proposito di Milano e di Europa, tra pochissimo inizia l’Expo. Secondo te ci sarà spazio anche per la musica? Farà bene a Milano e all’Italia?

Expo è sempre occasione di polemica, perché quando succede qualcosa che coinvolge così tante persone la polemica è nell’aria, “divampa la polemica!”, però io credo che sia un’altra occasione di thrill per la città di Milano, come la settimana del mobile, della moda, di questo e di quest’altro, alla fine tutto fa brodo. Anche questo… meno male che c’è! Perché è da un anno e mezzo che grazie a questa mobilitazione, in città si respira un’aria febbrile che potenzialmente è interessante, magari viene fuori qualcosa di bello. Di musica non si è ancora parlato. Ho l’impressione che l’Expo adesso abbia altri problemi, tipo finire i lavori per tempo, dopo si renderanno conto che dentro quella scatola dovranno metterci qualche cosa e allora arriverà anche la musica. Probabilmente si deciderà tutto all’ultimo, in maniera scoordinata, però non è detto che non si riesca a fare qualcosa in più, qualcosa che resti alla città anche nel futuro. Milano musicalmente offre molto, ma non c’è un grande festival di riferimento come in altre città, ad esempio Barcellona. Ci sono singoli episodi importanti (come gli eventi di Elita), però l’Expo potrebbe essere l’occasione per pensare a qualcosa di più strutturato e duraturo. Per concludere, non credo che l’Expo farà male alla città… speriamo che finiscano la darsena!

Dopo aver parlato di qualche progettino interessante, aver regalato qualche adesivo imbruttito e aver ascoltato qualche altro aneddoto musicale, salutiamo Alessio Bertallot e la sua splendida casa per rituffarci nel traffico cittadino. E abbiamo una voglia incredibile di lavorare, sperimentare cose nuove e inseguire i nostri sogni. Questo è l’effetto che fa respirare l’aria rivoluzionaria di Casa Bertallot, ti mette addosso una gran fame di novità! cosa aspettate? Per entrare basta un click.

Cesare Granati
Cesare Granati

Libero professionista in prova, fa dentro e fuori Milano per business. Scrive su questo blog, che vi piaccia o meno

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