Il Milanese Imbruttito meets Maccio Capatonda - Il Milanese Imbruttito

Il Milanese Imbruttito meets Maccio Capatonda

Introdurre Marcello Macchia – in arte Maccio Capatonda – non è affatto semplice. Da un lato perché tutti ormai lo conosciamo e il rischio di ripetere cose già lette è altissimo, dall’altro perché toglieremmo spazio alla bella intervista che ci ha concesso in occasione dell’uscita del suo primo film, Italiano Medio, nelle sale a partire dal 29 gennaio.

maccio

E’ altrettanto vero che il dono della sintesi è la virtù imbruttita per eccellenza, quindi per i distratti ricorderemo che Marcello è di Chieti, e che dopo aver frequentato l’università a Perugia e fatto l’Erasmus in Inghilterra, arriva a Milano 15 anni fa grazie all’opportunità di uno stage in un’importante casa di produzione milanese. Il resto è storia, dalle clip per All Music, fino alla collaborazione con la Gialappa’s Band di Mai Dire Gol e al successo dei trailer di film inventati, fino ad arrivare alla serie Mario, di cui MTV ha trasmesso la seconda stagione lo scorso autunno. Il web ha contribuito a rendere i suoi video virali, e la trasposizione dei personaggi e dei tormentoni sul piccolo schermo ne ha consacrato la genialità.

Appena arrivato a Milano: qual è stato il primo impatto con la città e con i milanesi?

Essendo venuto a Milano per motivi professionali – in particolare per uno stage – la prima impressione è stata quella classica di uno stagista, sbilanciata sul lavoro. Vivevo poco la città perché ero assorbito da ciò che stavo facendo, che era poi anche la mia passione e mi teneva già occupato giorno e notte. Nei primi anni ho trovato Milano fredda dal punto di vista della gente, del clima, del grigiume del cielo… abitavo un po’ in periferia, non avevo la macchina e prendevo spesso la 90, sperimentando il mondo dei mezzi pubblici, densi di umanità, multirazziali, e percepivo questa freddezza osservando l’assenza di comunicazione tra le persone. Mi sono rifugiato da un lato nel lavoro, e dall’altro nei miei conterranei Abruzzesi: a livello di svago, inizialmente, più che la Milano dei Milanesi ho conosciuto la Milano degli Abruzzesi, mentre in ufficio ho invece avuto a che fare sin da subito con i Milanesi. Mi sono reso conto all’istante che è una città in cui si lavora pesantemente, che dovevo macinare come loro, e ho avuto l’imprinting perfetto per diventare poi un Milanese Imbruttito.

Sai citarmi un classico stereotipo milanese che hai col tempo scoperto essere falso e un altro che invece si è rivelato tremendamente vero?

Lo stereotipo che poi si è rivelato falso è relativo a quell’impressione di freddezza che avevo avuto, perché qui ho trovato anche tanta gentilezza, correttezza e precisione. Forse è proprio questa precisione che potrebbe venire scambiata per freddezza, ma in realtà si tratta solo di un’apparenza che nasconde una cortesia e un senso civico molto più presenti rispetto ad altre città. Lo stereotipo che ho riscontrato invece essere vero è quello del figlio di papà, il tizio con la macchina del papi che parla al cellulare usando dei termini inglesi, tipo… cacchio, c’era una frase che avevo sentito e mi piaceva un sacco, ma adesso non mi viene in mente… comunque, il classico personaggio milanese che si vanta dei suoi averi, sborone, lampadato, che è pieno di soldi e di figa, ma che poi non si capisce bene dove prenda questi soldi e se sia davvero pieno di figa come dichiara.

Dopo la nuova serie di Mario – Una Serie Di Maccio Capatonda, andata on air su Mtv quest’autunno, il 29 gennaio è prevista l’uscita del tuo primo film, Italiano Medio. Portare al cinema – in un lungometraggio – la tua comicità, che si basa su sketch molto brevi non dev’essere stato un lavoro semplice: come l’hai affrontato?

Dopo aver fatto tante clip brevi ho realizzato delle miniserie per internet e la serie Mario –in cui si dipana una storia – quindi non è che sono partito dal trailer di un minuto e mezzo e sono arrivato direttamente al film. La transizione è avvenuta attraverso svariati step, e questo è stato utile perché ho visto come poter lavorare anche su metraggi più lunghi. Il difficile è riuscire a raccontare una storia che sia interessante e che non faccia annoiare lo spettatore: il mio lavoro è stato più o meno lo stesso, dato che sia Mario che le altre miniserie non sono montate, ma vivono di scene “proprie”. Il trailer è tutta una questione di montaggio, mentre qui c’è una sceneggiatura: ho dovuto decidere le scene di cui ha bisogno la storia per essere raccontata, e inserire al loro interno i contenuti che fanno parte della mia comicità, surreali, demenziali e satirici.
La base è comunque costituita dalla storia che ho scritto studiando i film, le sceneggiature, e cercando di applicare ciò che ho imparato al mio modo di far ridere, senza troppe pippe mentali. Ho approcciato questo – per me – nuovo mezzo di comunicazione che è il cinema in maniera abbastanza tranquilla, consapevole del fatto che stavo facendo qualcosa di completamente diverso.

maccio2

Quanto e cosa c’è di Milano e dei suoi abitanti nei tuoi personaggi? Hai preso spunto da comportamenti/atteggiamenti che poi hai messo in scena?

Assolutamente sì, sono 15 anni che assorbo la cultura milanese e alcuni miei personaggi ne hanno anche l’accento, che diventa indicativo di un tipo di comportamento. Nel film ci sono persone che sono diventati personaggi e che simboleggiano un po’ la Milano dell’imprenditoria. Ad esempio Rupert Sciamenna – milanese doc – impersona il ruolo del cattivo, Giancarlo Cartelloni, un famoso imprenditore che fa pure un talent show in TV in stile Briatore, e rappresenta il tipico Milanese coi soldi. C’è anche tutta una parte milanese, dove l’attenzione è rivolta nei confronti della città, del verde pubblico: lo stesso protagonista all’inizio è un po’ maniaco dei mezzi, della cultura bio…

Tutto questo però prima di trasformarsi nel tipico Italiano Medio?

In realtà lui è sempre un italiano medio, non lo diventa con la pillola: lo è prima, così come lo è dopo e come lo sarà alla fine. Volevo raccontare sia l’Italiano che è attento al pianeta, al verde, al mangiare sano, che ha senso civico, ma anche il Milanese discotecaro, che va a donne, si droga, e fa tante altre cose: si tratta di due facce della stessa pillola.

L’Imbruttito è un Italiano Medio? O forse l’Italiano Medio è un po’ Imbruttito? Che rapporto c’è – sempre se a tuo parere c’è – tra queste due figure?

Sì, entrambi sono Italiani Medi, prima di tutto perché sono italiani… Il Milanese Imbruttito poi rispecchia l’immagine di questa persona che lavora, che non ha tempo di fare nulla, che è sempre stressata, frustrata, e che è sicuramente anche l’immagine dell’Italiano Medio. Se vogliamo fare un discorso proprio su Milano, la vedo chiusa in un una bolla di lavoro, un posto in cui la gente – io per primo – vive per lavorare, e, nonostante la città sia ricca di stimoli e di proposte, si finisce poi per non goderne. Per me è difficile staccare da Milano pure se decido di andarmene qualche giorno, è come se fosse una droga perché per certi versi mi manca e non vedo l’ora di tornarci e ributtarmi sul lavoro… ma mi rendo conto di essere un po’ un caso a parte, forse perché amo molto quello che faccio, mi diverto e sento meno la fatica.

Dopo tanti anni di vita a Milano ci sono dei momenti in cui ti senti un po’ Imbruttito anche tu? Quali sono?

Sono molto Milanese Imbruttito, e forse lo ero anche prima di venire a Milano, si vede che ho trovato proprio un ambiente adatto alla mia indole di persona che persegue il suo obiettivo e non pensa a nient’altro. Come il Milanese Imbruttito, mi sembra di non avere mai il tempo per fare nulla, anche solo di rispondere al telefono, nonostante il tempo ci sia. Nel traffico poi noto un sacco di nervosismo, frustrazione – beh, nel traffico un po’ dovunque – però a Milano quando sei in macchina diventi un altro: col cellulare perennemente in mano, devi sempre essere all’erta, produrre, e non riesci mai a trovare un attimo per pensare tranquillo. Questa cosa ti imbruttisce molto e io ne sono l’esempio lampante, a volte ho l’impressione di non avere manco il tempo di ricordarmi quello che devo fare. E’ un po’ alienante la condizione del Milanese Imbruttito, al limite del patologico direi.

Ma alla fine qual era la frase che mi avevi accennato prima, quella sentita dire dal pirla lampadato?

Ci stavo pensando proprio adesso, qualcosa tipo ”sì, ma dov’è il business?”… Però non era esattamente questa… se mi viene in mente te la mando!

Come volevasi dimostrare – da vera Imbruttita – solo ora che sto scrivendo l’articolo mi sono resa conto di non avere nemmeno avuto il tempo di ricordarglielo. Maccio Docet!

Marianna Tognini
Marianna Tognini

Bionda dalla nascita, romagnola d'origine e milanese d'adozione. Da sempre, imbruttita per scelta.

POTREBBERO PIACERTI ANCHE