Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati - Il Milanese Imbruttito

Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati

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Gli ultimi due capitoli dell’avvincente racconto di Cesare Granati.

Capitolo 7 – L’Inseguimento

Federico era in piedi davanti al cadavere del dottor Malossi, non doveva aver mancato di molto il suo assassino perché il sangue continuava ad uscire dal cranio del contabile, lentamente, coprendo il pavimento dello studio. Federico aveva il cellulare in mano e doveva chiamare il suo capo, doveva dirgli che qualcuno era entrato nel suo studio, aveva ammazzato il suo contabile e lui non c’era, era arrivato venti minuti in ritardo, colpa di una spogliarellista moldava che aveva fatto storie per succhiargli il cazzo. Federico non aveva nessuna voglia di chiamare il suo capo, avrebbe voluto buttare il cadavere in un fosso, ripulire tutto e dare la colpa al contabile, dire che era stato Malossi ad arrivare prima di lui per poter rubare tutto e scappare con i soldi. Ma se lo avesse fatto Enrico Palombi avrebbe di certo smascherato la sua bugia, e poi avrebbe fatto finire lui in un fosso.

“Enrico, abbiamo un problema”

“Che problema, Malossi dov’è?”

“È morto”

Enrico riattaccò il telefono e si precipitò in strada, entrò a fatica nel Porche Carrera che si era appena regalato e corse al club. Federico era in piedi di fronte al cadavere del suo contabile e la cassaforte era aperta, Enrico estrasse il ferro e lo puntò contro la tempia del suo braccio destro, spinse tanto forte da far piegare quei due metri di muscoli e poi, senza gridare, disse con voce tranquilla:

“Perché non dovrei ammazzarti, stupido gorilla figlio di puttana?”

“Dio Enrico, lavoro per te da una vita… ti giuro, sono arrivato massimo dieci minuti in ritardo. Il dottore lo sapeva che doveva aspettarmi. Ti prego Enrico, ti giuro che li troviamo quegli infami che …”

Federico non fece in tempo a finire la frase, Enrico abbassò l’arma e gli diede una potente ginocchiata alla bocca dello stomaco togliendogli il fiato.

“Io li troverò quegli infami, io, come sempre”

Enrico si chinò a terra e si mise ad osservare il cadavere del Malossi. Lo notò subito, era quasi interamente coperto di sangue ma non del tutto, la luce soffusa dello studio rimbalzava su quel piccolo oggetto d’oro, era la cavigliera di Agata, “quella gran troia” sussurrò Enrico. Poi si alzò e sorrise, era ancora in giro la sua puttana, il corpo era caldo, di certo sarebbe volata via ma era ancora in tempo per fermarla.

“Alzati, andiamo a trovare Cocci”

Quando i due entrarono, Cocci, al secolo Calogero Talarico, stava facendo le valige. Agata glielo aveva detto che sarebbe stato meglio muoversi prima, lasciare al più preso l’appartamento senza aspettare i tre giorni prestabiliti, e Cocci lo stava facendo. Senza fretta però, aveva così tante cose da portare via, quell’appartamento era stato il suo mondo per un sacco di tempo, lo aveva reso decisamente chic. Cocci sentì un gran rumore provenire dall’ingresso, istintivamente si precipitò nell’altra stanza e vide Enrico e Federico muoversi verso di lui, si voltò per scappare ma sentì il colpo di una pistola entrare in canna. Allora arrestò la sua corsa ed alzò le mani. Enrico fece un cenno al suo uomo che colpì Cocci con un potente pugno al fianco, il gigolò più famoso di Milano crollò a terra e incominciò a piangere:

“Tira su quella checca del cazzo e mettilo qui” Enrico prese una sedia e la mise in mezzo al salotto.

“Allora Cocci, io ti faccio un paio di domande, se tu sei sincero, noi ti lasciamo andare, potrai continuare a mangiare tutti i cazzi che vuoi, se invece non mi piace quello che mi dici, ti ridurremo male, così male che anche un vecchio cieco preferirà scoparsi una pecora piuttosto del tuo culo. Ci siamo capiti?”

Cocci annuì. Era terrorizzato ma pensava che anche se lo avessero ridotto male, non sarebbe poi stata una gran tragedia. I lineamenti spigolosi andavano di gran moda, non avrebbe perso i suoi clienti, le fratture si rimarginano, e di certo non potevano sparargli perché se no tutto il palazzo avrebbe sentito, erano in città, uno sparo si nota per forza. Mentre pensava arrivò un destro micidiale dritto sulla sua mascella

“Figa Federico” disse Enrico ridacchiando “non me lo rompere tutto il principino di sto cazzo, che poi non può più dirci dove è andata quella cagna della sua amica!”

Cocci non disse nulla, iniziò a piangere e smise di pensare, era piombato in un incubo. Lo pestarono a sangue per circa venti minuti, un’eternità. Poi Enrico lo fece imbavagliare “tanto non ha voglia di parlare”, prese un martello e gli spezzò entrambe le ginocchia. Cocci stava per perdere i sensi per il dolore ma ebbe la forza di rispondere, di sussurrare un “no”.

“Non vuoi dirci dov’è quella stronza… Sei un frocio fedele lo devo ammettere, ma sei pur sempre una checca, una mezza figa. Una mascella spaccata si può mettere a posto, uno zigomo, su un mezz’uomo come te, può anche renderti più attraente, ma adesso ti sfregio, sì, figlio di puttana, ti rovino per sempre il tuo bel faccino.”

Enrico andò in bagno, prese un set di lamette da barba e iniziò a segnare il volto di Cocci. Il ragazzo aveva resistito a tutto, aveva il volto spaccato in più punti, le gambe rotte, diverse costole fratturate, ma quando sentì quella lama penetrargli la pelle del viso non ce la fece più, prima che Enrico gli portasse via un occhio alzò le mani chiedendo di parlare. Enrico si dovette avvicinare alla bocca del poveretto:

“Sono all’Hotel Errani, vicino a Linate”

“Sono? Lei e chi?”

“Un cliente… non farle del male, lo ha solo usato”

Enrico lasciò cadere quel pezzo di carne maciullata a terra, fece un cenno del capo a Federico e si incamminò verso l’uscita. Cocci rimase lì, nel mezzo di quell’appartamento, distrutto dal rimorso per aver tradito un’amica, dalla disperazione per aver perso la sua bellezza, tutto quello che aveva era svanito. Pianse stringendosi tra le mani il volto sfregiato, intontito dal dolore, ad ogni minimo movimento le ginocchia rotte sembravano arrivargli fino in gola e per la prima volta pensò che avrebbe preferito essere in Calabria, in paese a prendersi gli insulti dei ragazzini piuttosto che essere in quell’appartamento in via dei Mussi 11 a Milano, in zona Moscova.

Capitolo 8 – L’Urlo

Tony fu risvegliato da un bicchiere d’acqua fredda che Enrico gli versò in faccia. La stanza era ben illuminata, Enrico Palombi lo guardava con un ghigno sadico stampato in volto. Lui era ancora per terra, gli faceva male tutta la faccia, e mentre la vista metteva a fuoco le ombre intorno a lui si domandava come diavolo era arrivato in quella maledetta stanza di albergo. Quando si riprese del tutto vide di fronte a sé il motivo delle sue sventure: Agata era legata ad una sedia, completamente ricoperta di nastro adesivo, nuda e piena di lividi. Sul letto se ne stava seduto un tizio grande e grosso, doveva essere Federico, il gorilla di cui gli aveva parlato quel maledetto angelo biondo. Enrico prese una poltroncina da un angolo della camera e si sedette alle spalle di Tony

“Antonio… ti chiamerò Tony se non ti dispiace. Tony io credo che tu sappia chi sono, credo che tu sappia perché sei in un mare di merda. Tu hai ucciso il mio contabile, un tuo collega…” Enrico scosse la testa in segno di rimprovero facendo sorridere Federico che osservava la scena, poi continuò “Non si fa Tony, non si fa. E sai che altro non si fa? Non si fotte mai l’uomo sbagliato e tu, amico mio, l’hai fatto. Ora, la troia succhia cazzi che guaisce come una cagna di fronte a te, lo sapeva che ero l’uomo sbagliato, lo sapeva che sareste finiti così, uno di fronte all’altro, nelle mie mani. Ma come tutte le donne è stupida, pensava di potercela fare. Così ti ha portato con sé, ti ha fatto rischiare la vita promettendoti amore eterno su una spiaggia bianca… eh, caro amico, l’odore di figa rincoglionisce di brutto, tutti lo imparano, tu l’hai imparato troppo tardi. E adesso io non posso permettere che una donna mi fotta, non è normale, non è giusto, e neanche che un cazzone inutile come te lo faccia. Devo dare un segnale, è il mio lavoro Tony, contro di te non ho nulla di personale… contro quella stronza sì, ma con te la questione è diversa, sono solo affari. Per questo voglio essere buono…”

Enrico estrasse la 357 Magnum Smith&Wesson a canna corta che portava nella fodera sotto l’ascella, aprì il caricatore a tamburo e fece cadere cinque proiettili a terra:

“C’è un solo proiettile qui dentro, perché questa notte morirà solo una persona…” Federico si irrigidì sul letto, borbottando un espressione di sorpresa “Sai Tony perché Federico si agita tanto, perché sa che sono un uomo di parola. Se fosse per lui, dovrei ammazzarvi entrambi e buttare i cadaveri in un fosso, forse sarebbe più saggio, ma non mi va di farlo. Voglio mandare un segnale Tony e voglio che tu viva, o meglio vorrei. Vorrei che tu continuassi a vivere senza mai dimenticare che io, caro amico, sono meglio di te, che tu, caro amico, sei un verme senza palle e che la cagna di fronte a te dopo averti fatto sentire un grande ti ha portato via ogni cosa. Vorrei, ma sarai tu a decidere: quando poggerò a terra l’arma, conterò fino a dieci e tu potrai usare questo proiettile contro di te, salvando la vita ad Agata che, ti giuro, sarà libera, per sempre, oppure contro lei, salvando te stesso, vendicando te stesso, perché che ti piaccia o meno la troia ti ha solo usato, me lo ha detto quel frocio del suo coinquilino, sai? Quindi, o muori per amore, o uccidi per vendetta, vedi tu amico mio…”

Enrico fece un cenno a Federico che si alzò dal letto e lo raggiunse alle spalle di Tony. Comunque fosse andata, per Federico lasciare tutti quei bastardi vivi era un rischio esagerato. Quel frocio di Cocci, uno di quei due stronzi, avrebbe potuto ammazzare pure quel cane del portiere, invece no, il suo capo aveva deciso, dovevano restare tutti vivi, Enrico voleva creare una leggenda, un’altra, ed era meglio lasciarlo fare. Così Federico smise di pensare e mentre il suo capo appoggiava il revolver a terra di fronte a Tony, lui gli puntò la pistola alla nuca e poi Enrico incominciò a contare:

“1”

Tony finalmente guardò Agata, sentiva solo odio per quell’angelo tatuato.

“2”

Era davvero così meschino, un inutile cazzone incapace di amare?

“3”

Lei piangeva e lui provava ad avere pietà, ad avere il coraggio di sacrificarsi per amore.

“4”

Ma nulla, il suo cuore si era svuotato, non c’era pena, non c’era amore.

“5”

E poi quella stronza lo aveva preso in giro, lo aveva solo usato.

“6”

Come era possibile amare così tanto e poi provare solo disprezzo e odio.

“7”

Era colpa della pistola che premeva sulla sua nuca o era marcio dentro?

“8”

Tony alzò la pistola mentre piangeva in silenzio. Agata lo guardava disperata, provava a muoversi, a scappare, ma era legata, immobile di fronte a lui.

“9”

Tony, il contabile che parlava poco, che mai aveva alzato la voce, anche in quel momento non si sentiva di dire nulla, non aveva la forza di gridare, e allora lasciò urlare la pistola.

“10”

Prologo

L’Hotel Errani non era completamente vuoto. In una stanza all’ultimo piano c’era la sorella del portiere che non era stata segnalata tra gli ospiti. La signora Elvira era quasi sorda, ma non del tutto. Sentì il colpo di pistola proveniente dal piano di sotto, ma non i passi degli uomini che lasciavano l’albergo né tanto meno il motore dell’auto che si allontanava dal luogo del delitto. Quando la polizia arrivò, trovò il portiere drogato e con un paio di lividi sul volto, i nastri della sorveglianza erano spariti e nella stanza 404 c’era il cadavere di una donna legata ad una sedia, cui avevano sparato in pieno volto rendendola praticamente irriconoscibile. Di fronte a lei era inginocchiato il suo assassino, l’uomo aveva il naso fratturato e di fronte a lui c’era un revolver scarico. L’uomo venne arrestato, medicato e poi portato in questura. Dai suoi documenti gli inquirenti scoprirono il suo nome, Antonio Cattelan, contabile presso la Sares Spa, nessun precedente, nessun parente in vita, un signore dalla vita anonima. Non rispose a nessuna domanda, lo interrogarono per ore ma dalla sua bocca non uscì mezza parola. Alla fine fu chiamato uno psichiatra che diagnosticò una patologia piuttosto rara ma di certo riscontrabile in quello strano individuo: mutismo isterico. Tony fu rinchiuso in un manicomio criminale e non ne uscì più.

Dopo qualche giorno dal suo ritrovamento la donna fu riconosciuta: si chiamava Agata Licursi di Campobasso, dove anni prima aveva lasciato una madre e una figlia, lavorava in un noto night club, il “Moun Amour”, di proprietà di un noto criminale, Enrico Palombi. Erano anni che la polizia tentava di incastrarlo ma anche in quel caso aveva un albi di ferro, infatti la notte dell’omicidio era a cena con il vice sindaco e il Maresciallo Capo della Guardia di Finanza. Era intoccabile. La vittima viveva in un appartamento in Via dei Mussi 11, ma l’anziano signore non sapeva molto di lei, addirittura non sapeva neanche che fosse una spogliarellista. Dalla confusione che c’era nell’appartamento, non sembrava vivesse da sola, ma dal contratto risultava l’unica inquilina e il ragazzo che secondo alcuni viveva con lei non fu mai trovato.

I giornali ne fecero un gran parlare e Tommy Porzio rimase senza parole leggendo la triste storia del suo collega. Era stato lui a portarlo in quel night, lui a regalargli il primo privè con Agata, “Figa, per innamorarti di una spogliarellista devi essere proprio un babbo, per ucciderla un mostro” pensò Tommy e, risolti brevemente i suoi sensi di colpa, cambiò schermata sul tablet e dimenticò in fretta la storia di Tony e del suo angelo tatuato.

Ringraziamenti

Ringrazio i ragazzi del Milanese Imbruttito, Tommy, che è mio fratello, Fede, che è un pazzo, e il terzo di cui non ricordo mai il nome, ma che per sopportare gli altri due deve essere per forza un grande. Ringrazio chi mi ha letto e chi mi ha insultato: riguardo il mio stato di disoccupato con un futuro da barbone mi faccio già parecchie domande, ma farsene una in più non guasta mai. Ringrazio mia moglie che legge tutto quello che scrivo, che è la mia critica più severa e la mia fan più accanita. E poi ringrazio i personaggi del mio racconto, le puttane e i corruttori di cui è pieno il mondo.

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Cesare Granati
Cesare Granati

Libero professionista in prova, fa dentro e fuori Milano per business. Scrive su questo blog, che vi piaccia o meno

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