Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati - Il Milanese Imbruttito

Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati

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Pubblichiamo il sesto capitolo del racconto di Cesare Granati. Taaac!

Capitolo 6 – La Fuga

La chiave del lucchetto l’aveva duplicata senza problemi: Enrico la teneva tra le chiavi di casa e spesso gliele lasciava, così lei poteva aspettarlo a letto, perché gli piaceva trovarla già pronta. Al contrario quella che apriva l’ufficio e la Chiave, quella della cassaforte, erano state l’ultimo ostacolo da superare. Enrico le teneva sempre al collo, una catenina d’oro le legava a lui, sembrava una missione impossibile, Agata però sapeva che armi usare. Una notte si diede completamente a lui, più volte, fino a che Enrico non crollò stremato. Provò a svegliarlo in tutti i modi.

“Ancora, ne voglio ancora…” diceva Agata, ma Enrico non ce la faceva più, sembrava morto.

Agata fece il calco delle chiavi senza problemi, ma non riusciva ad essere tranquilla: se Enrico si fosse svegliato l’avrebbe uccisa. Per fortuna tutto filò liscio, ormai era pronta.

Poche righe per annunciare che presto sarebbero state di nuovo insieme. Erano anni ormai che non comunicava con la sua bambina, con il suo grande segreto. Da quando era la schiava di qualcuno, da quando i suoi sogni di fama si erano straformati in un incubo, da allora non aveva più avuto il coraggio di parlare con Aurora, con sua figlia. Adesso che finalmente la speranza era tornata a far parte di lei, poteva riavvicinarsi alla sua bambina. Sarebbe stata più chiara riguardo i dettagli una volta al sicuro, ma intanto faceva sapere alla bambina e alla nonna che si occupava di lei, che non si era dimenticata di loro, che era pronta a riabbracciarle. Infilò la lettera nella cassetta postale di fianco alla tabaccheria sotto casa e poi risalì le scale di corsa per sistemare le ultime cose.

“Dio che emozione Agata!”

“Sei più agitato tu di me, passami quella maglietta”

Cocci raccolse una canottiera bianca da una sedia e la passò alla sua coinquilina.

“Per forza, tu te ne vai, io resto!” il ragazzo sospirò e poi chiese “Come hai detto che si chiama l’hotel dove vi fermate in attesa del volo?”

“Te l’ho già detto, hotel Errani. E forse era meglio che non te lo dicessi”

“Ma va, i particolari sono fondamentali, e poi stai tranquilla, tutto andrà per il meglio, me lo sento!”

“Ma se non riesci a stare fermo, mi stai mettendo un’ansia tremenda”

Cocci allora si fermò, afferrò Agata e la strinse a sé. Rimasero qualche istante così, in silenzio, piangendo lentamente.

“Non ti dimenticherò mai” sussurrò Cocci.

 …

Tony si era fermato davanti al “Moun Amour”, aveva parcheggiato l’auto e si era diretto verso l’entrata del locale. Agata era al suo fianco e giunti di fronte all’ingresso, lo prese per la mano conducendolo sul retro. C’erano delle scale in metallo che si arrampicavano sull’edificio, al secondo piano una porta arrugginita era chiusa con il lucchetto. Agata prese dalla borsa un portachiavi a forma di delfino, agganciate al piccolo mammifero di metallo c’erano tre chiavi. Con una di queste aprì il lucchetto, con un’altra la porta blindata che proteggeva l’ufficio di Palombi. Tony entrò per primo nella stanza: un forte odore di tabacco e dopo barba penetrò le narici del contabile che tossì un paio di volte mentre Agata, superata la scrivania, spostò un paio di fascicoli dalla libreria a muro rivelando così la cassaforte. Tony la guardò rimanendo immobile e quando la sua amante aprì la cassaforte fu abbagliato da tanta ricchezza: passò la ventiquattro ore che teneva in mano ad Agata che la riempì di contanti e oro, uno splendore.

Tony non era il solo contabile che si doveva recare quel lunedì pomeriggio nell’ufficio di Enrico Palombi. Una volta al mese il dottor Eugenio Malossi si recava al Moun Amour per sistemare i conti del suo capo, trovare possibili soluzioni per riciclare il denaro proveniente dallo strozzinaggio e dalla prostituzione, fissare su carta le ingenti ricchezze che giungevano in modo confuso nelle tasche del Palombi. Il dottor Malossi era uno dei segreti dell’immortale: nessuno eccetto lui e Federico sapeva di Malossi, in questo modo si tutelava dalle forze dell’ordine, riuscendo a mantenere i conti in ordine al sicuro dalla Guardia di Finanza, e dai nemici, evitando che lo potessero rintracciare o che potessero imitare i suoi metodi. Più infami degli infami, secondo Enrico, c’erano solo le puttane, e Agata non faceva eccezione, dunque non le aveva detto nulla di Malossi. Per questo, quando il dottore entrò nell’ufficio, Agata lo guardò stupita: il dottor Malossi era di costituzione mingherlina, a vedersi sembrava più leggero dell’aria, era calvo con degli occhiali spessi sospesi su un grande naso aquilino, l’età o forse la sorte, lo aveva reso leggermente gobbo costringendolo a muoversi con lentezza. Aveva trovato il lucchetto aperto e la porta dell’ufficio socchiusa, l’aveva spinta delicatamente per vedere chi ci fosse all’interno e quando vide Agata paralizzata dal suo ingresso che chiudeva la valigetta piena della refurtiva, si lanciò su di lei. Ci fu una breve colluttazione, Agata andò a sbattere contro la scrivania, avvertendo un leggero fastidio alla caviglia e temendo di perdere la refurtiva, allora rivolse uno sguardo implorante a Tony. Il “nostro” contabile era rimasto in silenzio tutto il tempo, la straordinaria sicurezza che lo aveva portato fin lì era traballata vertiginosamente quando si era aperta la prima serratura, quella del lucchetto. Scassinare, rubare, fuggire, tutto era tornato ad essere una follia, un’impresa assurda che non aveva nulla a che fare con lui. Ma gli occhi imploranti di Agata, lei, ancora una volta lei, gli diedero nuovo vigore, così afferrò un pesante ferma carte poggiato sulla scrivania, doveva essere una pietra vulcanica, un souvenir dal Vesuvio o dall’Etna, chi sa. Di certo era abbastanza pesante per rompere il cranio di un uomo, di un contabile nella fattispecie. Tony colpì con rabbia la nuca del collega, spaccandogli la testa come una noce di cocco. Il dottor Malossi rimase immobile a terra, morto. Agata guardò Tony e prima che lui potesse dirle qualcosa, si lanciò tra le sue braccia ringraziandolo e baciandolo. Tony in pochi mesi era passato da un’esistenza priva di pathos a una vita intrisa di emozioni, d’amore ed anche di morte. E mentre osservava quel corpo inerme, mentre stringeva la sua donna a sé, sentì un brivido simile a quello che lo aveva attraversato la prima volta che aveva visto Agata, era felice, i dubbi di poco prima erano svaniti, si sentiva più vivo che mai.

Agata non sapeva cosa pensare, aveva capito chi fosse quell’uomo perché frugando nella sua borsa da lavoro, aveva trovato i libri contabili. Ma non sapeva se avesse dovuto vedere Enrico la sera stessa o il giorno successivo, il suo piano perfetto iniziava già a traballare. Tony guidava veloce verso l’hotel Errani, lui non ci pensava alle complicazioni, aveva ancora in circolo l’adrenalina dell’omicidio. Guardò Agata e capì i suoi dubbi.

“Tranquilla, anche se dovessero scoprire il furto sta sera, non potrebbe risalire immediatamente a te. Almeno di una notte avrebbero bisogno per capirci qualcosa, e noi tra …” Tony guardò l’orologio “tra 7 ore saremo in volo verso il Messico”.

Agata fece un bel respiro e si sforzò di credere alle parole del suo compagno di fuga. “In fondo è in gamba” pensò “ magari potrei restare con lui più a lungo, o magari lasciargli parte del denaro… vedremo”. Agata decise di mandare comunque un messaggio a Cocci esortandolo a trovarsi una sistemazione alternativa fin da subito, senza aspettare i due giorni concordati. Poi spense il telefono e, quasi senza accorgersene, crollò in un sonno profondo.

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Cesare Granati
Cesare Granati

Libero professionista in prova, fa dentro e fuori Milano per business. Scrive su questo blog, che vi piaccia o meno

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