Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati - Il Milanese Imbruttito

Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati

loading...
Il quarto capitolo de “L’Urlo” del carissimo amico Cesare Granati.

Capitolo 4 – L’Ultimo

La Marlboro rossa si fumava da sola abbandonata nel posacenere. Enrico Palombi guardava il mondo muoversi fuori dalla sua finestra. Era da solo nel suo appartamento e per questo non indossava i suoi Ray Ban, poteva permetterselo. Fuori, tra la gente, doveva nascondersi dietro a quegli occhiali, giocava sempre una partita di poker, e il piatto doveva sempre essere suo. Se smetteva di guardare le auto nella strada e metteva a fuoco l’immagine riflessa sul vetro, poteva vedere chi era diventato. Non era alto, era tarchiato, aveva mani grandi, troppo grandi per uno della sua statura. Il collo taurino era attraversato da una profonda cicatrice: neanche con la gola sgozzata si era arreso. Prima di perdere lucidità aveva estratto il revolver dalla caviglia e aveva ammazzato quei due bastardi che lo avevano ridotto in fin di vita. Da allora nella mala aMilano circolava la voce che fosse immortale. E lui, guardandosi allo specchio, quasi quasi ci credeva. Era l’ultimo, l’ultimo criminale di razza che avesse un cognome italiano. I suoi vecchi compari o marcivano in galera, o erano morti, o peggio erano diventati rapinatori di serie b, costretti a lavorare per mandanti albanesi o sud americani: una tristezza infinita. Ma lui no, lui aveva mantenuto le amicizie giuste, aveva messo via i soldi nonostante il suo grande, sconfinato amore per la coca. Era il proprietario di un rispettabile night, il “Moun Amour”, che oltre ad essere night era anche casa per appuntamenti, il suo fottuto bordello, inoltre prestava soldi a usura. Un bel business, soprattutto divertente, lo manteneva giovane. Perché? Perché sterminare una famiglia ti scalda il sangue, è meglio anche della coca. Uccidere per pochi spiccioli ti ricorda di essere vivo, e lui in mezzo a tutta quella merda ne aveva bisogno. Non poteva permettersi di invecchiare, quante cose non si poteva permettere… Sospirò appannando il vetro della finastra e poi sorrise. Perché gli piaceva quella vita, guardava chi era diventato e gli piaceva. Un figlio di puttana, spietato e temuto. Dio quanto gli piaceva.

Enrico Palombi si voltò e notò che la sigaretta era ormai finita, allora se ne accese un’altra e alzò il telefono. Tutti quei bei ricordi gli avevano fatto venire voglia della sua puttana. Agata era una delle ballerine del club. Poteva scoparle tutte ma lui aveva deciso che voleva lei, magari non solo lei, ma certamente lei più di chiunque altra. Lei si beccava il doppio dello stipendio, e regali costosi, e le pagava pure l’affitto. Lei non voleva, la puttana voleva essere libera. La sua puttana libera? Sorrise mentre digitava il numero sul display del telefono. Che puttana sarebbe stata? Non sarebbe stata sua, e per ricordarle sempre a chi apparteneva la sua vita, le aveva regalato un braccialetto da portare alla caviglia. Come quelli che si vedono nei film americani, solo che invece di essere elettronico, quello era d’oro. Il telefono squillava e nessuno rispondeva, il che lo faceva incazzare e pensare che forse era meglio riprendersi il braccialetto d’oro e mettergliene uno al collo, di quelli per cani, quelli che danno la scossa.

Mentre alzava 120 kili alla panca piana, Federico ripensava al culo della spogliarellista rumena che si era fatto la sera prima. Era entrato nello spogliatoio delle ragazze mentre lei si cambiava, si era chiuso la porta alle spalle e le aveva afferrato i fianchi. Ludmilla si era girata e si era alzata sulle punte. L’aveva presa così senza dire niente, ovviamente dopo aver indossato il preservativo perché lui era uno che ci stava attento. Fu improvvisamente riportato al presente dal telefono che squillava. Era la suoneria personalizzata dedicata al suo capo.

“Welà capo, che si dice?”

“alza il culo e trovamela, non risponde ne a casa ne al cellulare.”

“figa boss, sto spingendo di brutto!”

“Cazzo dici?! Non farmi incazzare.”

Enrico gli riattaccò il telefono in faccia e lui si morse la lingua. Quando era lì nel suo ambiente naturale, nella sua palestra, si sentiva un re. Per questo aveva risposto in modo tanto arrogante, “che stupido!” Pensò. Si alzò e si rivestì in fretta, restando sudato nonostante odiasse andare in giro così preso male. Si fermò di fronte al palazzo dove viveva Agata, in zona Moscova. Effettivamente non c’era nessuno, allora Federico fece un giro al Bar Visconti, appena qualche decina di metri più avanti. Agata era lì, bellissima come sempre. Quanto avrebbe voluto farle fare un giro, ma era impossibile, sarebbe stato un suicidio. Lui, a differenza di Enrico, non avrebbe mai e poi mai incasinato la sua vita per una donna, neanche per Agata, che oltre ad essere bellissima aveva quel non so che… quella particolare qualità che hanno solo certe donne, che le rende desiderabili in un modo quasi doloroso. Entrò nel bar e vide il volto di Agata piombare in un mare di tristezza. Lui sorrise, poi quando le fu vicino disse in tono severo:

“Dove cazzo hai messo il telefono?”

Gli rispose Cocci, il finocchio che divideva l’appartamento con lei:

“Calmati bell’uomo, abbiamo lasciato i telefoni a casa. Perché non ti siedi vicino a me?”

“Zitto merda, se no nel culo ti ci metto un semaforo. E tu Agata alzati, ti devo portare da Enrico.”

La casa in via dei Mussi 11 ormai la conosceva fin troppo bene, e la odiava. Odiava il citofono, odiava il tappeto rosso che copriva le scale, odiava l’odore di vecchio che si sentiva in ascensore, odiava il pianerottolo del terzo piano, e odiava la porta blindata dell’appartamento di Enrico. Lui era seduto in poltrona, con una Marlboro in mano, lo sguardo fisso su di lei, sadico e affamato.

“Lo sai che devi sempre farti trovare.”

“Scusami Enrico, ero sotto casa, non pensavo che mi chiamassi”

“Io ti penso sempre Agata… tu devi sempre pensare a me.”

Si slacciò lentamente la cintura, poi sbottonò i pantaloni e abbassò la lampo. Non disse nulla, lei sapeva cosa fare.

Agata rimase lì, in ginocchio. Non piangeva e stranamente quella volta non ne avvertiva la necessità. Enrico odiava vederla piangere dopo che avevano fatto sesso, o che lei gli aveva fatto un servizietto. Mentre si versava un bicchiere di Jagermeister pensava che la sua cagna era stata ammaestrata bene. Come diceva quel suo vecchio amico di Treviso… Femene, cani, baccaeà, pi che tei batti pi che i vien boni. Parole sante!

“Ne vuoi un goccio anche tu?”

Agata si voltò, il volto era ancora sporco di lui. Sorrise:

“No Enrico, ho già bevuto abbastanza”

“Come mai sei così di buon umore?”

“Niente… lo sai, se non mi fai del male, sono una ragazza simpatica.”

Enrico si lasciò cadere sulla poltrona mentre lei si alzava per pulirsi. L’uomo accese la TV, l’Inter giocava contro il Catania il turno infrasettimanale, fino all’intervallo non le avrebbe più rivolto la parola. Agata uscì in terrazza. Non riusciva a smettere di sorridere, ma doveva controllarsi. Troppi sorrisi lo avrebbero insospettito, ma era così felice: forse quella sarebbe stata l’ultima volta che doveva mettersi in ginocchio di fronte a lui, anzi, di certo sarebbe stata l’ultima. Un paio di giorni e sarebbe stata finalmente libera.

urlo-copertina

Cesare Granati
Cesare Granati

Libero professionista in prova, fa dentro e fuori Milano per business. Scrive su questo blog, che vi piaccia o meno

POTREBBERO PIACERTI ANCHE