Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati - Il Milanese Imbruttito

Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati

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Il nuovo capitolo de “L’Urlo” di Cesare Granati.

Capitolo 3 – Agata

Quante volte l’aveva sentita piangere. Prigioniera della sua bellezza, chiusa nella sua stanza, Agata provava a liberarsi del suo dolore. Cocci era molto in pena per la sua coinquilina. Vivevano insieme da diversi anni, da quando era arrivato a Milano in cerca di fortuna. Era fuggito da un paesino della Calabria dove un omosessuale come lui era sempre stato deriso, isolato, torturato dall’ignoranza della gente. Non aveva neanche finito le superiori, il giorno del suo diciottesimo compleanno aveva messo insieme le sue cose ed era partito. La camera l’aveva trovata on-line e, oltre al prezzo stranamente abbordabile per lo standard di Milano, era stato l’annuncio a conquistarlo: “Ballerina cerca coinquilino/a. Pulizia e simpatia sono gli unici requisiti richiesti. Ampia camera singola, due bagni, salotto e cucina abitabile.” Lui insieme ad una ballerina, un’accoppiata da film. Il piano era quello di farsi assumere come modello e, partendo da Milano, girare il mondo, indossare gli abiti più eleganti, conoscere le persone più giuste. Secondo lui tutto doveva avvenire molto in fretta, ma si sbagliava. La concorrenza era spietata, i colleghi modelli delle vere arpie, così, quando affitto e bollette erano diventati un problema non più prorogabile, aveva iniziato una nuova carriere. Dava via il culo, un lavoro piuttosto doloroso. Però i guadagni gli piacevano, poteva permettersi tutto quello che desiderava. Forse non era abbastanza bello per diventare un modello da copertina, ma tra i gigolò aMilano era diventato una vera e propria leggenda. Con Agata condivideva i sogni infranti: lui modello fallito, lei ballerina di belle speranze finita a fare la spogliarellista. Di certo si considerava più fortunato, infatti lui non aveva padroni, lei invece era diventata la favorita del suo capo: si chiamava Enrico Palombi ed era il proprietario del night dove lavorava Agata. In cambio di uno stipendio raddoppiato, lei era sua, solo sua. A differenza delle colleghe, non poteva vedere altri uomini, né per lavoro, né per diletto. Era schiava di un pappone ammanicato con la Milano che conta, intoccabile per tutti i criminali meneghini. Si diceva che gli amici di un tempo, quelli di Quarto Oggiaro e di altri quartieri “per male”, ancora lo rispettassero perché era rimasto l’unico capace di fare soldi; si diceva che di nemici non ne avesse più, erano tutti finiti impacchettati sotto terra. Un uomo orribile che di certo non poteva amare, conosceva solo l’ossessione, il possesso esclusivo, il dominio di un altro essere umano. Cocci ne era terrorizzato e capiva bene perché la sua dolce amica non fosse ancora riuscita a trovare il coraggio per fuggire, per liberarsi di quelle catene invisibili. Quella sera, come molte altre, bussò alla sua porta chiedendole di aprire:

«Amore, tesoro, giuro non dico niente. Voglio solo starti vicino»

Stava per insistere quando la porta, stranamente, si aprì.

Agata era elegantissima, né volgare come quando andava al night, né sciatta, almeno secondo i canoni di Cocci, come quando non era impegnata a lavoro. Era elegante davvero. E Cocci esclamò

«Figa!»

Nonostante tentasse sempre di nascondere il suo accento calabrese, la cadenza non era per niente lombarda. Agata, con gli occhi segnati dalle lacrime, non poté fare a meno di ridere.

«Anche dopo i tuoi piagnistei riesci a ridere per il mio accento… Comunque tesoro sei bellissima.»

Agata ringraziò e girò su se stessa asciugandosi il naso con la mano.

«Davvero magnifico il vestito, ma per chi è questo regalo?» Disse Cocci indicando l’amica.

«Esco con un cliente»

«Sei pazza? Enrico ti ucciderà!»

Agata scoppiò di nuovo a piangere e Cocci tentò di rimediare al danno appena commesso. Abbracciò l’amica stringedola forte, ma Agata si allontanò e si girò dandogli le spalle. Poi iniziò a parlare:

«Non ce la faccio più, tu lo sai, ho sopportato fin troppo.» Cocci si accomodò sul divano rosa shocking nel mezzo del salotto «Qualche mese fa ho conosciuto un cliente. Si chiama Tony, è un contabile. Non penso abbia mai avuto una donna, con me è stato da subito molto educato, molto dolce. Non so come sia finito al “Mon Amour”, comunque dopo la prima sera l’ho rivisto tutti i giorni. Passava tutta la notte a guardarmi e si accontentava di un privé. Un giorno mi ha chiesto di uscire» Agata sospirò, poi si girò verso Cocci e prese posto sul divano accanto all’amico «Io ovviamente gli ho detto di no. Lui ha continuato ad insistere, senza mai esagerare. Non potrei mai innamorarmi di lui. È dolce e educato ma anche così goffo, così insignificante… Non volevo assolutamente rischiare tutto per questo tizio. Poi qualche giorno fa ho chiesto a Enrico se potevo passare un weekend alla sua casa al lago. Volevo stare da sola, serena per un paio di giorni. Lui è scoppiato a ridere e mi ha detto che anche se sono la sua preferita, resto sempre una puttana da night. A quel punto mi ha presa per un braccio e mi ha stuprata per l’ennesima volta. Ancora umiliata, ancora derisa… Allora ho deciso di scappare, di rischiare tutto. E voglio usare Tony, il contabile che si è innamorato di me.»

Cocci ascoltava senza dire nulla, non sapeva cosa dire, tremava dalla paura.

«Non so se dovrei dirti tutto questo… potrei mettere in pericolo anche te.»

Cocci le diede una lieve spinta sulla spalla tentando di mascherare la paura. Poi inspirò e disse:

«Agata se tu scappi, io sono comunque in pericolo… almeno se mi dici come hai intenzione di farlo, posso sentirmi più coinvolto. Sai che mi piacciono i segreti»

«Ma se dovessero spremerti, farti cantare?»

«Ah… dopo che ti prendi cazzi nel culo dalla mattina alla sera la tua soglia del dolore si alza di brutto.»

Risero nervosamente e poi Cocci aggiunse «Io non ho paura per me, ho paura per te piccolo angelo»

«Sembri mio padre eppure sei così giovane»

«Lo sai che noi ragazze maturiamo in fretta!»

Agata sorrise e si decise a continuare «Dove ero rimasta… ah, voglio usarlo. Forse è un uomo buono, ma non mi interessa. Devo ancora programmare la mia fuga, soltanto di una cosa sono certa: questa volta non mi fermerò, andrò fino in fondo. Devo rubare dei contanti a Enrico e prendere un aereo, non tornerò più indietro e andrò dove nessuno potrà mai trovarmi.»

«Ma perché vuoi usare questo poveretto?»

«Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti, mi troverò in situazioni molto rischiose, ne sono certa. Ho bisogno di uomo… e tu non verresti mai via con me. Ami troppo Milano!»

«C’hai ragione signorina… Vai serena, io continuo il mio eterno aperitivo! A proposito, devo scappare. Vedi di non fargli troppo male a ‘sto contabile!»

«Tranquillo, me lo lavoro con calma. Tu dove vai?»

«Al Capetown… ovviamente!»

Si salutarono con un bacio, poi Cocci uscì di corsa mentre Agata andò in bagno a sistemarsi. Tante volte aveva dovuto rimettere a posto il trucco dopo un lungo pianto, quella volta però si sentiva diversa. Si sentiva in pericolo, ma non più in trappola, si sentiva una vittima, ma anche il carnefice di Tony il contabile, si sentiva di nuovo viva. Erano passati quasi dieci anni da quando appena ventenne aveva lasciato Campobasso alla volta di Milano. Era piena di speranza allora, era sicura che le sue doti artistiche sarebbero bastate per farla sfondare. La sera lavorava come cameriera, durante il giorno batteva tutti i teatri, i club, si presentava ai provini per la tv, cercava in tutti i modi quell’impiego che le avrebbe cambiato la vita. Aveva trovato casa in zona Moscova, la stessa casa dove abitava con Cocci. Uno degli avventori del bar dove lavorava possedeva quella vecchia casa, ma non la utilizzava da anni. Non aveva mai pensato di metterla in affitto, i soldi di certo non gli servivano, era vecchio e senza prole. Però quella ragazzina lontana da casa gli faceva pena, così le offrì l’appartamento ad un prezzo stracciato e con la possibilità di subaffittare. Il signor Pinelli era davvero un santo, l’unico uomo buono che ci fosse a Milano. Questo caso fortunato rimase l’unico, infatti con il passare del tempo iniziò a dubitare della sua scelta, lavorare come cameriera non le permetteva di guadagnare abbastanza e forse non era una ballerina abbastanza brava. Ma non poteva tornare indietro, doveva trovare il modo di campare e alla fine trovò davvero l’impiego che le avrebbe cambiato la vita, purtroppo. Un’amica le aveva parlato del “Mon Amour”, un night club alla moda. Avrebbe fatto solo la ballerina, a meno che non fosse stata lei a decidere di fare qualche soldo in più. Lei si fidò e si presentò ad un colloquio. Lo ricordava perfettamente: l’ufficio in penombra, Enrico seduto dietro alla scrivania, il suo bracciodestro Federico in piedi che la guardava come una caramella alla fragola, la puzza di sigaro. Sarebbe voluta scappare ma la paga era troppo allettante. E lei aveva un segreto, il vero motivo per cui era emigrata al nord in cerca di fortuna. Quel motivo si chiamava Aurora ed era sua figlia. Abitava con la nonna a Campobasso, la stessa donna che aveva tirato su lei, e come lei sua figlia stava crescendo senza genitori. Quando era partita per Milano sperava di darle una vita diversa. Servivano i soldi, i soldi per farla studiare, i soldi per evitare che anche lei appena maggiorenne si ritrovasse con il pancione e senza un compagno, i soldi per provare ad essere felice. Ormai era passato troppo tempo, quella bambina stava per diventare abbastanza grande per commettere i suoi stessi errori, e la nonna abbastanza vecchia per non accorgersene. Aveva esaurito il suo tempo, doveva scappare e farsi raggiungere il prima possibile. Doveva giocarsi quell’ultima mano al meglio e per farlo doveva sacrificare l’amore di un uomo, niente rispetto all’amore di una madre.

Tony suonò, allontanando Agata dai suoi pensieri. La donna si guardò allo specchio: era pronta. Rimise a posto i trucchi, corse in ingresso e si precipitò giù per le scale. Aveva fretta, non c’era tempo da perdere, doveva salvare la sua bambina.

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Cesare Granati
Cesare Granati

Libero professionista in prova, fa dentro e fuori Milano per business. Scrive su questo blog, che vi piaccia o meno

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