Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati - Il Milanese Imbruttito

Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati

Proseguiamo con la sezione “Racconti Imbruttiti” con il II Capitolo de “L’Urlo” di Cesare Granati.

Capitolo 2 – Te la regalo

Quella per Tony era una giornata come le altre. La pallida luce del mattino entrava tremante dalle finestre. La sveglia suonava a vuoto mentre l’uomo si radeva in bagno. Si guardava allo specchio distratto, come se anche per lui, se stesso fosse un tizio piuttosto anonimo, privo di interesse. Spense la sveglia e si vestì: pantaloni neri, comprati in qualche discount di periferia, camicia bianca, identica a tutte le altre che affollavano l’armadio, cravatta nera e scarpe nere, di h&m, 19,90 di pessima qualità. Usava ancora il porta cellulare alla cintura e il telefono sembrava una reliquia degli anni ’90, l’unico oggetto avanti tecnologicamente che aveva in casa, eccezion fatta per il computer aziendale, era il Tomtom che usava tutte le volte che prendeva la macchina. Di norma però Tony usava i mezzi pubblici e anche quella mattina per recarsi da casa sua, un appartamento in via Tolmezzo 21 a Lambrate, agli uffici della Sares Spa, l’azienda che produceva tubolari di metallo per la quale lavorava, prese la M2, partendo dalla fermata Udine e scendendo a Romolo in zona Barona.

Giunto in ufficio non salutò nessuno, Tony parlava poco, comunicava il minimo indispensabile. Non aveva iniziativa, ma non sapeva neanche dire di no, ritrovandosi spesso a fare il lavoro degli altri, non per cortesia, ma perché non riusciva a proprio dire quel monosillabo tanto pesante. Era un contabile, lavoro perfetto per lui. I numeri non avevano bisogno di parole, bastava concentrarsi sui calcoli matematici per non uscire dagli schemi, per non avere sorprese inaspettate. Si sedette alla sua scrivania, nell’angolo più buio dell’ufficio, e iniziò a scartabellare tra i conti societari.

Mentre era immerso nel suo oblio quotidiano, fu distratto da una voce in lontananza. Proveniva dall’inizio del corridoio e la conosceva fin troppo bene. Era Tommaso Porzio, responsabile delle risorse umane. Faceva il suo giro tra le scrivanie “per creare sinergia”. Non sembrava avere molto da fare in ufficio, ma a sentir lui era sempre in attesa di “quella mail”, di fretta perché “la conference call” stava per iniziare, pieno di sbatti che non ti dico. Nonostante il silenzio perpetuo di Tony, lo tirava sempre in mezzo, o ci provava. Anche quel giorno si sedette sulla scrivania del contabile, ma non iniziò subito a dar fiato alla bocca. Fissava Tony con uno sguardo strano, complice potremmo dire. Poi iniziarono gli occhiolini, qualche pacca sulla spalla, imprecisate danze celebrative.

«Figa contabile, neanche il giorno del tuo compleanno mi fai un sorriso?»

Porzio sospirò rassegnato «Che giargiana che sei!»

Tony non aveva ancora capito che cosa volesse dire quell’appellativo privo di senso ma poco importava, di certo non si trattava di un complimento.

«Comunque sta sera fai serata. E non guardarmi con quell’aria da cane obeso. Perché so che compi gli anni oggi? Perché sono il responsabile delle risorse umane… Figa non è mica un lavoro da babbo come il tuo! Ho accesso a tutti i vostri dati, date di nascita comprese.»

A turbarlo non era il fatto che Porzio sapesse che compiva gli anni, piuttosto quello che lo terrorizzava era dover uscire con quel tipo. La faccia da cane bastonato era dovuta all’angoscia che lo prendeva ogni qual volta che si ritrovava in mezzo alla confusione, in mezzo alla gente. La massa informe che riempiva i mezzi pubblici era altra cosa: una moltitudine anonima, priva di personalità. Un locale affollato era ben diverso: qualcuno avrebbe potuto parlargli o peggio, lui avrebbe potuto avere interesse di scambiare due parole, prova titanica che fino ad allora era sempre risultata fallimentare.

«So anche dove abiti. Io alle dieci sono da te. Figa, ti voglio carico che sta sera ti porto in un locale da urlo. Siamo d’accordo, vero?»

Tony avrebbe voluto dire di no, ma già si immaginava l’insistenza fastidiosa di Porzio, che lo avrebbe costretto a parlare, magari addirittura ad alzare la voce. Non aveva le forze per questo, così annuì.

«No cioè ma sei fuori? Ti passo a prendere che è già uno sbatti e tu non ti sei neanche preso bene? Sei un pistola Tony!»

Tony non si era cambiato, era ancora in camicia bianca e pantaloni. Sembrava un cameriere, o al massimo un contabile, di certo sarebbe stato fuori luogo nei locali “giusti” dove Porzio lo stava accompagnando. La cosa non lo metteva in imbarazzo, sarebbe stata comunque una lunga serata fuori posto, fuori dal mondo asettico che si era creato. Apparire come un signor nessuno era il minimo che potesse succedere, anzi, tutti lo avrebbero evitato, esattamente quello che Tony sperava.

«Andiamo al Radetzky… un giargiana come te non lo farebbero neanche entrare, ma tranqui, conosco il proprietario!»

Giunti al locale Tony era già andato in modalità stand-by. I discorsi di Porzio sul suo ultimo viaggio a NY avevano avuto l’effetto di un sedativo. I rumori giungevano ovattati, le persone che salutavano il suo accompagnatore sembravano intrappolate dentro uno specchio come se non potessero raggiungerlo, la musica, il rumore che proveniva da dietro al bancone, le luci, ogni cosa in quel luogo era lontana, remota. In pochi minuti Porzio scomparve dietro a qualche contatto dei suoi. Tony rimase appoggiato ad una colonna, in penombra, al sicuro.

«Ué grandissimo!» Porzio era tornato «Adesso ti porto a prendere il tuo regalo»

Tony avrebbe voluto chiedere uno strappo a casa, ma non disse nulla e seguì Porzio fuori dal locale. Saliti in macchina, una Smart bianca e nera parcheggiata tra due SUV, Porzio iniziò a frugare nella tasca interna della giacca, ne tirò fuori un sassolino bianco avvolto nel celofan, chiese a Tony di reggere un cd e ci versò sopra un po’ di coca. La tirò così com’era, rimanendo poi per qualche istante con la banconota da venti ancora ficcata nel naso. Tony lo guardava spaventato, non perché fosse sorpreso, sapeva bene che Porzio aveva quel vizietto, ma perché temeva che gliene avrebbe offerta un po’.

«Vai sereno Tony, questa è per me! Mi hanno anche beccato con sta merda, ma ho i contatti giusti su Milano. In galera ci vanno i poveri!»

Il viaggio in macchina non durò molto. Parcheggiarono quasi di fronte all’ingresso: una porta nera, probabilmente blindata, sotto ad un insegna rosa. Il locale si chiamava “Mon Amour” e sull’insegna al posto della o di amore c’era la sagoma di una donna nuda e raccolta su se stessa. Era un night e Tony pensò che dovesse essere piuttosto esclusivo visto che per entrare bisognava essere selezionati dall’uomo oltre la fessura che si apriva all’altezza degli occhi. Porzio sorrise e la porta si aprì, salutò l’enorme buttafuori come se fosse suo fratello e si girò verso Tony:

«Figa, hai visto che grande il Porzio. Con me non ti ferma nessuno»

Il locale era una grande sala circolare avvolta in una luce rosata, sparsi qua e là c’erano diversi pali su cui si muovevano donne in topless. Al centro un palco provvisto di cinque pali particolarmente illuminati reggeva un paio di ragazze impegnate in acrobazie estreme, al termine delle quali rimanevano sempre con le gambe spalancate facendo intravedere il sesso depilato. Il tavolo che Porzio aveva prenotato era piuttosto lontano dal palco centrale e per questo anche male illuminato. Tony poteva rimanere nella penombra e di questo era felice.

«Figa, ci hanno dato un tavola da babbi. Vado a prendere una bottiglia buona, per festeggiare!»

Tony rimase solo. A poco metri da lui una ragazza di colore si muoveva svogliata, reggendosi con una mano al palo e cercando sguardi di clienti interessati. Il dj cambiò disco e la ragazza si allontanò, lasciando il posto ad una collega. Era bionda, vestita solo di un perizoma, lungo il fianco un fiore tatuato perdeva i petali, il seno sembrava quello di una ragazzina, era la donna più bella che Tony avesse mai visto. Allungò il collo verso di lei, il suo volto penetrò in un fascio di luce e il suo sguardo incrociò quello della ballerina. Rimase lì, incantato, mentre lei si muoveva senza mai staccare gli occhi dai suoi. Quando Porzio tornò con la bottiglia in mano, avvolse il braccio libero intorno a Tony che lo allontanò con una tale energia da lasciarlo di sasso.

«Figa, io ti porto da bere, ti faccio divertire e tu…» Tony prima si portò un dito alla bocca, facendo segno di stare in silenzio, poi gli indicò la ragazza.

«ah… ma allora il Tony si è innamorato. La vuoi?» Tony annuì «Allora te la regalo!»

Porzio si alzò dirigendosi verso la ragazza, dopo averle sussurrato qualcosa all’orecchio le diede la mano e la portò da Tony.

«Te lo affido… trattamelo bene»

Lei non disse nulla, fece segno a Tony di seguirla e lo portò in un lungo corridoio con porte da entrambi i lati. Giunti in fondo la donna aprì una porta sulla sinistra, entrati nel privè Tony si sedette sul divanetto e poi, prima che lo spettacolo iniziasse chiese:

«Come ti chiami?» e lei rispose

«Agata»

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Cesare Granati

Cesare Granati
Cesare Granati

Libero professionista in prova, fa dentro e fuori Milano per business. Scrive su questo blog, che vi piaccia o meno

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