Racconti Imbruttiti: L'Urlo - di Cesare Granati - Il Milanese Imbruttito

Racconti Imbruttiti: L’Urlo – di Cesare Granati

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Inauguriamo la sezione “Racconti Imbruttiti” con il I Capitolo de “L’Urlo” di Cesare Granati.

Consigliamo la lettura con questa traccia in sottofondo:

Capitolo 1 – Stanza 404

Un altro aereo attraversò il cielo sopra l’hotel. La camera era umida, la

carta da parati rosa cadeva dai muri, crepata ovunque dal tempo. Il letto

era sfatto, il colore delle lenzuola era di un arancione spento che rendeva

quella stanza ancora più patetica di quanto non fosse. L’hotel Errani era

vicino all’aeroporto di Linate, in zona Forlanini. Una parte anonima di

Milano, perfetta per un aeroporto, dove nessuno guarda in faccia nessuno,

dove ognuno si fa i cazzi suoi. Era il luogo adatto per rimanere fuori dal

mondo qualche ora, senza essere disturbati, senza essere trovati. L’hotel

Errani non poteva essere in nessun altro luogo. L’insegna, il tizio della

reception, il vecchio ascensore scassato e perennemente fuori servizio,

tutto si poteva dimenticare appena l’aereo decollava. Era un non-luogo

come molti altri aMilano, capaci di inghiottirti e renderti invisibile. Era lì,

proprio lì, che Tony voleva stare, giusto qualche ora, per non correre

rischi. Così almeno aveva pensato.

Agata era appena uscita dalla doccia. Sedeva sul letto, avvolta in un

asciugamano bianco, con il collo teso in direzione della porta. Ascoltava

anche lei le voci provenienti dal corridoio. I passi di due uomini avevano

rovinato i piani dei fuggitivi. Tony si sentiva in trappola, come la volpe

rannicchiata sul fondo della tana, circondata dai cacciatori. Il volo per

città del Messico sarebbe decollato dopo quattro ore che

improvvisamente erano diventate un tempo interminabile. Osservava

Agata: la pelle dorata, i capelli biondi che cadevano bagnati sulle spalle, i

tatuaggi che non avrebbe mai dimenticato. Pensava di amare tutto di

quella donna, ma adesso provava un profondo disprezzo. Se non fosse

stato per lei, lui non si sarebbe trovato in quella situazione, se non fosse

stato per lei, sarebbe stato ancora al sicuro, solo e al sicuro. Invece

tremava dalla paura, la fronte era madida di sudore, le mani stringevano i

poggioli della sedia su cui sedeva terrorizzato, osservando ora la porta, la

bocca dell’inferno, ora la sua donna, l’angelo dannato che lo aveva

trascinato fin lì.

I passi dei carnefici si fermarono di fronte alla stanza numero 404, una

risata che assomigliava di più ad un ruggito famelico mozzò il fiato ad

Agata che si portò un mano alla bocca, quasi che il suo cervello le stesse

dando ancora l’idea di potersi nascondere. “Stupida” pensò Tony. La

porta cedette alla terza spallata, i due uomini entrarono ridendo. Il più

basso dei due assestò un potente schiaffone sul volto di Agata, mentre

l’altro afferrò per il collo Tony. Si trattava di un uomo almeno 20

centimetri più alto di lui e molto più forte. Anche volendo non avrebbe

potuto difendersi, così rimase inerme e chiuse gli occhi. Tre colpi secchi

tra il naso e la fronte, era quasi sicuro che a colpirlo fosse il calcio di una

pistola. Poi di fronte a lui si aprì una macchia nera che lo inghiottì in un

dolce oblio.

Una notte di sangue

«Figa… mi ha fatto sudare q’el terun»

Esclamò Federico provando ad attaccare bottone con il suo capo, ma non

ricevette risposta. Enrico Palombi guardava nel buio oltre il finestrino.

Lungo la Tangenziale Est in direzione Linate si susseguivano lampioni

che emettevano una tenue luce arancione, dietro di loro si apriva una

sconfinata serie di palazzoni, tipico paesaggio della periferia di Milano.

Enrico li vedeva appena, la vista era offuscata dalle lenti scure dei suoi

Ray Ban. Non li toglieva mai. Chiuso nel suo mondo poteva riflettere

liberamente, occultare i suoi pensieri ai nemici o ai sottoposti, proteggersi

dalla luce del mondo che, come la gioia, l’allegria, la felicità, lo

nauseava. Sembrava tranquillo a vedersi, ma non lo era affatto. Era una

notte di sangue, lo voleva, doveva riscuotere ciò che gli spettava.

Federico era sempre intimorito dal suo capo, quella sera più del solito. Si

mordeva le lebbra, sospirava, canticchiava. Era come essere in macchina

con un lupo, da un momento all’altro poteva perdere la testa e azzannarlo

alla gola. E dire che Enrico era un bel fusto: alto quasi due metri, un

fisico modellato dalle interminabili ore passate in palestra, un passato da

pugile di buon livello. Eppure di fronte al capo si sentiva un bambino

indifeso, una preda facile. Teneva le mani incollate al volante della sua

M3, provando a distrarsi ammirando il Rolex Daytona in acciaio che

portava al polso. “Un capolavoro” pensò. Pensava anche che tutto quel

casino per colpa di una donna era una perdita di tempo e di denaro

assurda. Enrico avrebbe potuto fare come lui, scoparsi tutte le puttane del

night, cambiarne una ogni sera, evitare coinvolgimenti sentimentali.

Invece doveva perdere la testa per l’unica ragazza italiana che sculettava

sui cubi “Era ovvio che finiva così. Le italiane pensano troppo, non sono

come le rumene, o le asiatiche, o le nigeriane”. Allora sbuffò. Il boss si

voltò verso di lui come se avesse capito, capito che Federico stava

mettendo in dubbio la sua autorità. Le mani del guidatore si irrigidirono

sul volante, “ma come cazzo ha fatto a capire? Figa… ho solo sbuffato”.

Enrico Palombi, soddisfatto di aver generato una simile reazione, sorrise

e, dopo essersi grattato la vistosa cicatrice che gli attraversava il collo,

rispose a Federico.

«Già… quel frocio era più duro di quanto pensassi. Quella logia se li

sceglie bene gli amici»

Federico smise di sudare freddo e chiese

«Mi ha fatto venire fame… Mi fermo e prendo un panino al volo?» ed

Enrico rispose

«Ma va a ciapà i ratt!»

Federico si zitì e ricominciò a fissare il Rolex, mentre Enrico continuò a

guardarlo per qualche istante. Tutta la forza di Federico non era servita a

far cantare Cocci, il coinquilino di Agata. Per farsi dire dove si

nascondeva quella stronza, aveva dovuto usare l’ingegno. Cosa terrorizza

davvero un donna? Perdere la sua bellezza. “Per i culattoni deve

funzionare allo stesso modo” aveva pensato. Così con una lametta da

barba lo aveva sfregiato, più e più volte. Aveva cantato il coglione, aveva

detto tutto. Quando se ne erano andati piangeva disperato, stringendosi il

volto tra le mani. Ripensarci lo divertiva “El se proprio culaton”.

Finalmente giunsero di fronte all’Hotel Errani: uno squallido buco male

illuminato. L’unica stella che fiancheggiava il nome sull’insegna era di

troppo. Entrati nella hall si diressero verso il portiere. Si trattava di un

signore sulla cinquantina, calvo, con gli occhiali spessi, che borbottava

insulti guardando un piccolo televisore dietro al bancone.

«Desiderate?»

Disse ai due senza neppure alzare lo sguardo.

«Stiamo cercando degli amici. Un uomo e una bella bionda, sono arrivati

sta sera. Ci dice il numero della stanza così possiamo fargli una sorpresa»

«Non siamo autorizzati a dare questo genere di informazioni»

Il portiere lì guardò, sembrava perplesso dalla domanda, non si fidava.

Normalmente Enrico lo avrebbe pagato, il sangue è deleterio per gli

affari, le mazzette al contrario sono un tocca sana. Ma quella sera era di

pessimo umore. Così fece un cenno del capo e Federico afferrò la testa

dell’uomo sbattendola ripetutamente sul bancone.

«Il numero della stanza?»

«404» rispose l’uomo con la bocca impastata di sangue.

«Grazie. I nastri delle telecamere?»

L’uomo indicò una porta alla sua sinistra. Enrico prima sorrise, poi prese

un astuccio di pelle nera dalla tasca interna della giacca, tiro fuori una

siringa e la piantò nel collo dello sfortunato portiere. Nascosero il corpo

in un ripostiglio e ripulirono la camera di sicurezza: nessun occhio

indiscreto li avrebbe disturbati.

L’ascensore era fuori servizio

«Che du bal» disse Federico mentre iniziavano a salire le scale.

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Cesare Granati.

Cesare Granati
Cesare Granati

Libero professionista in prova, fa dentro e fuori Milano per business. Scrive su questo blog, che vi piaccia o meno

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